Susan Abulhawa: «Governi europei, complici della nostra distruzione»

Geraldina Colotti, 16.4.2014 “Il Manifesto”

Intervista. La scrittrice e attivista palestinese ospite della campagna Cultura è libertà

La scrittrice palestinese Susan Abulhawa

 © Foto Reuters

 

«I pale­sti­nesi lot­tano con­tro l’apartheid e l’estinzione – dice al mani­fe­stoSusan Abu­lhawa, medico e scrit­trice — , è dif­fi­cile rima­nere otti­mi­sti». Eppure, nei suoi romanzi e nei saggi, Abu­lhawa spande forza e otti­mi­smo, rin­no­vati ogni giorno anche nell’impegno poli­tico. L’abbiamo incon­trata a Roma, ospite della cam­pa­gna Cul­tura e libertà. Nata da una fami­glia in fuga dalla nakba, ha vis­suto parte dell’infanzia in un orfa­no­tro­fio di Gerusalemme.

I romanzi Nel segno di David (Sper­ling & Kup­fer) e poi Ogni mat­tina a Jenin(Fel­tri­nelli) tra­sfi­gu­rano in let­te­ra­tura le espe­rienze dirette, rac­con­tando le vicende di due fami­glie, una pale­sti­nese e una israe­liana. Ne ave­vamo par­lato sul Diplo(dicem­bre 2006, mag­gio 2011). Susan ci aveva detto: «Nel con­flitto Israele-Palestina, quel che ha fal­sato i dati del pro­blema, è l’asimmetria pre­sente in tutti i momenti in cui si è sfio­rato un trat­tato di pace: non ci sono mai stati due popoli che si met­te­vano a discu­tere a par­tire da uguali diritti, ma un popolo occu­pato e uno stato oppres­sore. Biso­gna sanare que­sta ingiu­sti­zia di par­tenza, sta­bi­lire regole di ugua­glianza, sul piano dei diritti umani e civili. È la comu­nità inter­na­zio­nale che deve met­tere in atto pres­sioni cali­brate fra le due con­tro­parti, poi si potrà par­lare di coe­si­stenza e rispetto reciproco».

Oggi, Susan mette in evi­denza le respon­sa­bi­lità dei governi euro­pei «che sanno benis­simo cosa sta facendo Israele, ma gli accor­dano pri­vi­legi. E sono com­plici della nostra distru­zione». La soli­da­rietà arriva invece «dai popoli, che appog­giano sem­pre di più la cam­pa­gna Bds (Boi­cot­tag­gio, disin­ve­sti­mento, san­zioni). Una cam­pa­gna che ha unito sia i pale­sti­nesi della dia­spora, che quelli in Israele, o nei campi pro­fu­ghi o nei ter­ri­tori occu­pati e che mi ha ridato otti­mi­smo». La soli­da­rietà arriva anche «da alcuni governi del sud del mondo, come quelli che in Ame­rica latina stanno costruendo un’alternativa».

La cam­pa­gna Bds «prende forza anche negli Stati uniti. La Pale­stina si allon­tana sem­pre più dalle mappe e a volte ci sen­tiamo para­liz­zati per­ché non abbiamo niente, né soldi né armi né potere. Penso però che esi­stano altri ter­reni in cui Israele non può ven­dere la pro­pria pro­pa­ganda di pre­sunto stato demo­cra­tico, e imporre la pro­pria supre­ma­zia: il campo della dignità, della cul­tura, dei valori comuni ad altri pezzi di mondo che lot­tano per cam­biare le cose».

Abu­lhawa risiede in Penn­syl­va­nia, da poco vive della sua scrit­tura. In Nor­da­me­rica, però, «non è facile se sei pale­sti­nese o arabo: a par­tire dall’11 set­tem­bre, ma anche prima. Ricordo che, nel ‘95, dopo l’attentato di Okla­homa City, com­piuto da un vete­rano della Guerra del Golfo, sono par­titi i rastrel­la­menti con­tro arabi e pale­sti­nesi, rin­chiusi nei cen­tri di deten­zione per immi­grati clan­de­stini anche se in pos­sesso di green card. E la lobby ebraica ha impo­sto al Con­gresso la legge sulla segre­tezza delle prove. Mio padre è stato espulso in Giordania».

Da allora, Abu­lhawa si è occu­pata del Diritto al ritorno con l’associazione al-Awda. Sul sito dell’associazione, gli anziani pale­sti­nesi scac­ciati dalle loro case, mostrano le chiavi arrug­gi­nite. Le stesse che com­pa­iono nei romanzi della scrit­trice. «Ora – dice – è pronto un altro romanzo, ambien­tato a Gaza. Un’altra sto­ria di diverse gene­ra­zioni che ha al cen­tro figure di donne forti». Intanto, Abu­lhawa con­ti­nua l’attività con Play­grounds for Pale­stine, l’associazione che ha fon­dato e che si occupa soprat­tutto dei bam­bini nei ter­ri­tori occupati.